Iniziato nel 1354 da Cangrande II° quando le fortune degli Scaligeri erano già in declino, fú detto poi Castelveccchio per distinguerlo dalle successive fortificazioni viscontee e veneziane. È formato da due parti, divise dal muro della cinta comunale del tardo XII° secolo sul lato est della via che porta al ponte. La parte più antica è la meglio conservata, disposta attorno a un piccolo cortile a ovest della via, era il fortilizio con la reggia, comprendente il mastio a difesa del ponte. Nella più ampia corte d'armi sull'altro lato del muro comunale era ospitata la guarnigione. Caratteristico dei castelli scaligeri in tutto il territorio e l'impiego, nella cinta di mura, della torre scudata; completamente aperta verso l'interno, era pavimentata al livello delle feritoie con tavole di legno, che i difensori potevano distruggere prima di doverla abbandonare, lasciandola così vuota ed inutile nelle mani del nemico. Le torri dei ponti levatoi erano invece più massicce e a camera, con porta esterna ed interna, a saracinesca e a battenti.
L'elemento più notevole del castello e il ponte, costruito nel 1375-76 è integrato nel sistema difensivo: in origine non accessibile dalla città, permetteva una via di fuga protetta verso nord. Oggi viene ammirato per l’effetto pittoresco dato dalla asimmetria, dai merli in mattoni, dall’andamento in pendenza, dagli archi ribassati profilati in pietra; in passato era considerato anche un capolavoro di ingegneria, non avendo mai ceduto alle terribili alluvioni che periodicamente distruggevano gli altri ponti di Verona. Scipione Maffei riteneva che l'arco maggiore, 48 metri di luce, fosse ai suoi tempi il più lungo d'Europa. Con l'occupazione napoleonica venne costruita, nel 1804, una caserma lungo i lati nord ed est della corte d'armi. Castelvecchio fu restaurato e adattato a museo civico negli anni 1923-26. Di quella sistemazione restano le facciate delle due ali della caserma francese, con portali e finestre provenienti da palazzi demoliti in seguito ai danni subiti nell'alluvione dell'Adige del 1882, posti a dare un aspetto gotico al corpo nord e uno rinascimentale a quello est. Nel salone al primo piano di quest'ultimo si svolse nel 1944 il processo di Verona contro i fascisti dissidenti, che porto alla condanna a morte di Galeazzo Ciano. L'attuale aspetto del cortile e degli spazi espositivi, progettati tra il 1957 e il 1964 dall'architetto veneziano Carlo Scarpa, è una soluzione esemplare al problema del recupero di un edificio storico da adattare a nuove funzioni. Scarpa diede risalto agli scavi recenti lungo l'antico muro comunale che divide il castello e di questa zona fece il perno dell'itinerario museale, collocando qui a fare da punto focale la statua equestre di Cangrande I° della Scala. Passerelle, percorsi e lastricati sono disposti con inventiva per creare interessanti spazi di transizione tra gli edifici.
La raccolta, organizzata in ordine cronologico, comprende soprattutto scultura e pittura veronese dal medioevo al XVIII° secolo, proveniente in gran parte da chiese e conventi soppressi dalle leggi napoleoniche e da collezioni private donate alla città nell'Ottocento. Nelle sale a pianterreno, che ospitano la scultura medievale, l'architetto ha valorizzato gli oggetti esposti con la scelta varietà di materiali, superfici e gradazioni tonali. Giova all'efficacia dell'allestimento anche la disposizione spaziata e la serena armonia delle geometrie alla Mondrian. Entrando nella prima sala (1), sulla sinistra si apre un piccolo locale che imita l'effetto delle camere funerarie o sacelli altomedievali, con esposti oggetti e preziosi romani, longobardi e cristiani trovati nel territorio veronese. Le sculture sono d'epoca romanica e preromanica. Il pezzo frontale di un ciborio che raffigura Crista benedicente tra i santi Pietro e Paolo proviene dal Duomo di Verona. È firmato da Peregrinus, uno scultore attivo nel XII° secolo, e malgrado la tecnica artistica rudimentale, l’iconografia è molto precisa. La figura di Cristo onnipotente riprende una formula bizantina — si pensi ai mosaici absidali nelle chiese bizantine del periodo — e i due santi papali, oltre agli attributi delle chiavi e del libro, sono ben riconoscibili: Pietro con barba corta e folti capelli ricciuti, Paolo piu giovane e stempiato. Di grandissima importanza l'Arca dei Santi Sergio e Bacca, eseguita nel 1179 da uno scultore sconosciuto per l'abbate di un monastero a Nogara, nella bassa veronese, che probabilmente era venuto in possesso delle loro reliquie.
L'eccezionale qualitè tecnica e stilistica indica un'artista che aveva dimestichezza con opere tardo antiche. La storia dei due santi cavalieri dell'Asia Minore, martirizzati all'inizio del IV° secolo, è svolta con grande capacità narrativa, rispettando le tappe obbligatorie di un passio autentico; il rifiuto di adorare falsi dei, il processo davanti al governatore, i santi prigionieri, l'ultimo rifiuto di abiurare la fede e la condanna a morte, i supplizi. Sul lato corto del sarcofago verso il centro della stanza i santi intercedono per l'abbate inginocchiato davanti a Cristo. Nella stanza successiva (2) vi sono solenni statue trecentesche di santi, alcune quasi al naturale. Scolpite in pietra tenera, portano ancora tracce della policromia originale. Chiaramente eseguite da mani diverse, sono attribuite alla scuola del Maestro di Sant'Anastasia», per la somiglianza stilistica con i rilievi sul l'architrave del portale della chiesa. Questa bottega (o botteghe) fu attiva a Verona durante tutto il '300 (coincise con la signoria scaligera), ma nulla si conosce di certo sull'identita dei singoli artisti. Si ignora anche come le statue erano collocate nei loro ambienti originari, sebbene provengano presumibilmente da chiese dedicate a santi omonimi. Santa Caterina, principessa d'Alessandria, è la più fine: tiene in mano un libro, simbolo della sua dotta difesa della dottrina cristiana, la ruota e la palma del martirio. Le altre statue nella stanza sono Santa Marta, vestita di rosso, un elegante figura di Profeta con rotolo in mano, Santa Cecilia, protettrice dei musicisti, con un piccolo organo, e un rozzo San Giovanni Battista.
Molto riuscito l'allestimento di Carlo Scarpa, che valorizza la naturalezza delle figure sistemandole su basse piattaforme. La terza stanza (3) contiene altre sculture trecentesche della scuola del Maestro di Sant'Anastasia, di dimensioni piu piccole. Molto raffinata nell'esecuzione dei dettagli la statua di Santa Libera. Nella quarta sala (4) sono esposti alcuni elementi da due gruppi scultorei diversi, sempre del '300. Pur ricalcando lo stile popolare del Maestro di Sant'Anastasia, sono piu espressivi, e indicano uno sviluppo tardogotico e un'influsso trasalpino. Lo Svenimento della Vergine faceva parte di una Crocifissione con almeno cinque figure. La Crocifissione con la Vergine e san Giovanni, su supporti progettati da Carlo Scarpa, stava all'inizio di questo secolo in un'edicola all'aperto dell'Ospedale dei santi Giacomo e Lazzaro alla Tomba, dove ora sorge i1 Policlinico di Borgo Roma. Sia la provenienza che la disposizione originale degli elementi sono incerte, ma l'esasperata distorsione della figura di Cristo e l'espressione di tormento (suggeriscono un ambiente ospedaliero. La grande, dignitosa figura nell'angolo opposto è l'apostolo San Bartolomeo. L'ultima sala della galleria (5) contiene sculture varie, prevalentemente rilievi della prima metà del '400. Un'apertura nel pavimento consente di vedere i resti di un muro romano scoperto durante gli scavi del 1958-64. Nel centro della stanza, bella statua di San Pietro come prototipo di Papa. L'altorilievo San Martino che divide il mantello con un povero, 1436, era collocato sopra il portale della chiesa di San Martino a Avesa. L'interpretazione cortese della figura del santo richiama modelli pisanelliani di pochi anni prima. I sei pannelli in bassorilievo raffiguranti Profeti e patriarchi fiancheggiavano il portale della chiesa di San Bovo.
Molto interessanti i due Tabernacoli a muro. Quello scolpito in stile gotico fiorito sembra provenire da un convento francescano femminile, per l’emblema IHS raggiante di San Bernardino e le figure di due monache. L'altro è in stile rinascimentale con motivi all'antica: il simbolo eucaristico è il pellicano, che secondo la leggenda si squarciava il petto per nutrire i suoi piccoli. Fino all'epoca della Controriforma i tabernacoli erano murati in prossimità dell'altare. Fu proprio il vescovo di Verona, Gian Riatteo Giberti (1524-43), a introdurre l'uso del tabernacolo, in forma di edicola chiusa, fisso al centro dell'altare. Prima di uscire si nota il bel cancello di acciaio intrecciato, Uscendo, si passa accanto alla campana proveniente dalla torre del Gardello in Piazza Erbe, fusa nel 1370 e firmata dal maestro jacopo, che l'ha decorata in bassorilievo con la scala degli Scaligeri e una simpaticissima figura di san Zeno pescatore. Si attraversa la porta del Morbio del tardo XII° secolo (6), riscoperta negli scavi del 1960, per passare nel cortile della reggia ed entrare nel mastio (7). Qui sono esposte altre campane e un capitello trecentesco, proveniente da piazza Bra, raffigurante la Vergine e santi. Il primo piano della residenza scaligera conserva ancora parte delle decorazioni originali, fra cui un affresco votivo con la Vergine e il Bambino, santi e personaggi della famiglia scaligera (sopra l'ingresso della prima sala), motivi geometrici e stemmi. Questo piano ospita la pittura medievale. Una vetrina nella sala (8) contiene la spada rinvenuta nella tomba di Cangrande I° (T 1329), una fibbia ingemmata e preziosi elementi decorativi di una cintura, forse parte di un tesoro scaligero. Fra gli affreschi, una Scena di Battaglia, frammento di un ciclo trecentesco che decorava il salone del palazzo scaligero in piazza dei Signori.
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